Milioni di momenti imperfetti ci rendono perfettamente quelli che siamo

Sento che questo spazio stia piano piano prendendo le distanze dall’idea che mi ero fatto di lui. E’ come se tradisse un poco alla volta, ma di continuo, la direzione concordata all’origine. Un torto, se così si può dire, che non solo gli lascio commettere, ma che anzi accetto. Perché allontanandosi dalla mia dimensione, mi pare stia trovando finalmente la sua. La certa idea di estetica è ancora lì, immutabile, la riconosco. Sta nel modo in cui mi aiuta a leggere quello che mi capita attorno. Il filtro che applico, appunto, a una certa idea di mondo: il mio. Eppure col passare del tempo mi pare che quell’estetica assuma una dimensione molto più generale e complessa e suggestiva, di quella parziale, per quanto affascinante, del principio. 

L‘ultima dimostrazione di questo scollamento sta tutta in uno spot. Già, perché in questa nuova direzione ci sta che perfino una pubblicità possa ambire ad essere l’innesco per qualcosa che somiglia molto a una riflessione. Sul potere persuasivo dell’arte nella pubblicità, come pure sul modo subdolo e affascinante con cui uno spot ben congegnato riesce a farti interrogare sulle piccole e grandi faccende della vita, dopotutto, ci sono già passato, tempo fa, da queste parti. E per stavolta non ci torno, promesso.

Eppure meritava un supplemento di interesse almeno da parte mia il modo in cui Chelsea McMullan, giovanissima e talentuosa filmmaker canadese, è riuscita a scomporre ciò che di solito siamo abituati a vedere in un’unica dimensione, ovvero il patrimonio di nozioni che racchiudono la cosa in assoluto più difficile da raccontare: la perfezione.

Come la racconti, infatti, a qualcuno, quella roba lì? Che forma le dai? Da dove cominci, quando parli della perfezione? Quale angolazione scegli, se ne scegli una? Io non lo so se esiste una risposta, una sola e buona per tutte voglio dire, e se esiste, non credo di conoscerla. Ho conosciuto però quella di Chelsea McMullan, e adesso so che la definizione che questo piccolo corto ti lascia sulle labbra, e nei pensieri, è, oltre che di una bellezza sconfinata, pure di una precisione accecante. Perché una volta arrivato alla fine dei tre minuti, se non ti sei perso niente per strada, sei perfino disposto a riconoscere, in effetti, che “è il milione di momenti imperfetti a renderci perfettamente quelli che siamo”.

Adesso so che la definizione che questo corto ti lascia sulle labbra, e nei pensieri, è, oltre che di una sconfinata bellezza, pure di una precisione accecante: è il milione di momenti imperfetti a renderci perfettamente quelli che siamo

Sarebbe il caso di starsene qui ancora un po’ a dirceli, quali sono, questi momenti. Ma il rischio è che finiremmo ognuno per sovrapporre i propri, ingiustamente, a quelli che McMullan ha deciso di lasciar filtrare, scegliendo tra le infinite angolazioni a disposizione per raccontare la sua idea di perfezione, quella che l’ha portata a vestire i panni di una giovane ginnasta. Vale forse solo ancora la pena aggiungere che lo spot è stato commissionato dai tipi della Audi. Ma lo dico tanto per giustificarmi una volta di più, nel rivederlo, quella macchina ferma, lì, proprio alla fine. Ché per quel che ne so io, tutto quello che c’era da dire, era già stato detto. E nel modo migliore possibile. Questo.