Architettura dall’inferno

Tra le migliaia di informazioni e segnali più o meno silenziosi da cui siamo trafitti camminando semplicemente per strada, in qualsiasi città del mondo, o mentre cerchiamo una stanza in particolare, tra i reparti tutti uguali di un grande ospedale cittadino, quello che cerca di comunicarci di più sul dove siamo è il messaggio suggerito dalla composizione architettonica di quel luogo. Perché è questo, di solito, che fa l’architettura: parla. E come ogni elemento dotato di questa capacità, anche lei, può farlo nei soli due modi che ci hanno insegnato: benemale.

Isabel Hight ha speso gli ultimi 35 anni della sua vita come consulente sulla gestione e lo sviluppo delle carceri nel mondo. Lo ha fatto spendendosi tra i paesi meno sviluppati del pianeta, e per organizzazioni come le Nazioni Unite e il comitato internazionale della Croce Rossa. E’ una di quelle che ne sa, insomma. Da qualche mese in pensione, Hight si è lasciata andare di recente a una lunga intervista sul Guardian, durante la quale ha raccolto le ragioni dell’importanza della (buona) architettura in contesti ad alta implicazione umana, se così si può dire.

Per 35 anni, ininterrottamente, ha visto carceri, vissuto carceri, parlato di carceri e basta. Chiaro, insomma, che il tema attorno al quale dovessero girare le sue riflessioni in  un’intervista del genere fosse quello e nessun altro. Ma davanti alla limpidezza di certe risposte ho avuto la percezione netta che sostituendo carcere con ospedale, o piazza, o scuola pubblica, la frase funzionasse lo stesso. Perché, in fondo, mi sono detto, non era che di architettura, della buona architettura, che si stava parlando.

Mi pareva quindi il caso di raccoglierne giusto qualche passaggio, tra quelli che mi sono parsi i più significativi. E riportarli qui. Ma se mi chiedo ancora perché lo sto facendo, è forse perché, oltre al piacere di apprendere qualcosa, ho avuto come l’impressione, leggendo, anzi l’impulso, di considerare quell’articolo come una specie di piccola lezioncina quotidiana. Quale? Quella con la quale più o meno tutti, più o meno spesso, ci troviamo a fare i conti. E cioè che presi dalla ridicola e pericolosa frenesia che ci siamo cuciti addosso anche un po’ da soli, corriamo troppo spesso il rischio di dimenticare che ci sono delle regole infallibili e dannatamente utili, al mondo, a cui bisognerebbe sempre rifarsi. La buona architettura, sì, è una di queste.

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Perché la progettazione architettonica delle carceri incide in modo significativo dal punto di vista dei diritti umani e sul trattamento umano dei carcerati?
L’architettura invia messaggi infiniti in qualsiasi luogo. E’ lei a dirci cosa aspettarci da un luogo stesso e quali e dove sono i limiti del comportamento che in un luogo si possono assumere. Le prigioni non fanno eccezione. A mio avviso, il design è fondamentale per creare un ambiente in cui i reclusi possono vivere in maniera non istituzionalizzata. Questo significa che occorre saper fornire spazi adeguati per rimanere in contatto con le famiglie, il lavoro, l’istruzione, e per fare sport.

Perché è significativo prendere in considerazione il valore culturale di un locale in casi del genere?
Qui si ritorna allo scopo originale della detenzione. Se si desidera che i detenuti conducano una vita più rispettosa della legge una volta all’esterno, per esempio, allora è essenziale che la progettazione di questi edifici tenga il passo con le pratiche sociali e la vita comunitaria.

Da dove dovrebbero partire gli architetti e i gruppi di progettazione prima di pensare a strutture di questo tipo?
La scelta della posizione è il primo elemento. Le prigioni devono essere dove sono le persone, vicino a grandi centri di popolazione. I detenuti devono avere degli spazi aperti, gli avvocati hanno bisogno di vedere i loro clienti, così come le famiglie hanno bisogno di spazi consoni per le visite. Inoltre, le carceri dipendono servizi primari della comunità, che vanno dalla raccolta dei rifiuti ai servizi sanitari.

Cosa succede quando l’infrastruttura è mal progettata e il design fallisce?Quando il design di una struttura non funziona, i detenuti e lo staff cercano di trovare una soluzione personale al problema che hanno di fronte. Se la cucina non funziona, per esempio, si organizzano forniture dall’esterno, e questo andrebbe evitato, o, peggio ancora, cucinano in luoghi non idonei come nelle zone notte. Questo crea problemi di igiene e sicurezza. E come quando qualcosa è limitato o scarso, nelle carceri, così anche il cibo può diventare una moneta. Il cui controllo sarebbe nelle mani del personale e dei detenuti e questo può portare ad abusi e corruzione.

In che modo l’architettura ha un impatto diretto sulla salute mentale dei carcerati?
In diversi modi. Quello che sappiamo è che gli ambienti molto ristretti dove i reclusi sono isolati dal personale hanno un impatto negativo su tutti. È davvero meglio pensare a una progettazione che preveda una qualche forma di contatto tra il personale carcerario e i detenuti. Concepire i luoghi in modo tale che siano predisposti per l’avvio di attività. In alcune carceri che conosco, le aziende del posto hanno sostenuto i laboratori nelle carceri, al punto che molti detenuti, una volta terminato il periodo di reclusione e rieducazione, hanno potuto reinserirsi nella società con già un posto di lavoro.