“Carol”, il cinema e l’estetica del silenzio

La grandezza di certi istanti deve rimanere non detta. E’ un principio semplice, pertanto molto complesso, a fare da sfondo a “Carol”, senza dubbio uno dei film più riusciti del 2015. Una pellicola che andrebbe vista, prima di tutto, per il suo valore, diciamo così, nostalgico, in quanto affresco di una certa eleganza – estetica, dei modi, verbale – che non esiste più.

Basato sul romanzo “The price of salt della scrittrice americana Patricia Highsmith, il film racconta la delicata relazione tra una donna matura della borghesia americana e una 19enne aspirante fotoreporter. Non bisognerà aspettare molto perché arrivino i problemi, giacché tutto si svolge nell’America del 1952 (immaginate l’Italia tra più o meno una ventina d’anni e avrete grosso modo la cognizione di come una roba del genere potesse essere accolta).

Eppure, al di là dell’importanza della prospettiva che offre sul tema delle relazioni omosessuali, oltre il racconto intriso di garbo del trasporto maturo opposto al sentimento adolescente di chi esplora i margini del proprio orientamento sessuale, c’è un aspetto, tra i tanti, tra tutti, a fare di questo film un piccolo capolavoro d’estetica.

E non è l’eleganza dei set e dei costumi che pure accompagna la pellicola dalla prima all’ultima scena, non la fotografia accurata, alle volte persino all’eccesso, né quella specie di tepore che rimandano le belle ed elaborate sequenze; è piuttosto la grazia sconcertante con cui questa pellicola, dal principio alla fine, riesce, semplicemente, a raccontare in silenzio.

Il modo esatto cioè in cui riempie i tanti momenti nudi della storia con sguardi ed espressioni e ammiccamenti continui e perfetti. Quella narrazione di altro che genera una storia nella storia.

Il distillato puro dell’oceano di stati d’animo e sensazioni intime e passioni tenute a bada che attraversano senza sosta i corpi delle due protagoniste. E attraverso i loro, i nostri.

Una roba che puoi starci una vita a provare a descriverla a parole, prima però di arrenderti, poiché l’unico modo giusto per farlo, è in silenzio.
Poiché l’unico modo giusto, è così: