Belle, gentili e maligne

Si chiama Pierre Dozin, ha 28 anni, è belga e compone quel genere di musica che senza troppi giri di parole, molto semplicemente, di solito, evito. Musicista, direte quindi. Dj, per l’esattezza. E comunque sì, ma non solo musica. Perché questo giovanotto con vista sulla trentina appartiene a pieno titolo a quella generazione di artisti la cui unica regola è che se vuoi farlo, considerarti cioè artista, devi prima dimostrare di saper stare in almeno due tre campi delle arti, e starci per di più con medie sopra la sufficienza. E lui, semplicemente, ci sta. Xavier Dolan, per dire, è un altro di questa nuova infornata di talenti. (Come chi è Xavier Dolan! Occhei, questo è uno dei suoi migliori film: voi ve lo guardate e io faccio finta che non sia successo niente)

Ad ogni modo, oltre alla musica – un mix di tecno Anni 90 mescolata al French Touch (ve l’ho detto: non che sia brutta, semplicemente la evito) – Pierre Dozin ha una dote che lo rende ai miei occhi molto più interessante di quanto non riesca il genere musicale nel quale si esprime. Sa leggere Pierre Dozin. Ma non i libri, quelli son buoni tutti. Questo ragazzone di 28 anni sa leggere le persone. E sa farlo con una profondità così leggerà da farti domandare a cosa diavolo pensavi, guardando le cose, prima che lui ti suggerisse la gamma di sfumature che d’un tratto t’accorgi di avere in testa pensando alle persone.

E stupisce ancora di più il fatto che per raccontare il mondo, ovvero la fauna a tratti folkloristica che lo abita, Dozin sia partito dalla generazione che conosce di più, e più probabilmente meglio: la sua. Ma non tutta, no (anche questo la dice lunga sul genere di sensibilità del ragazzo). Per farlo, infatti, il tipo ha puntato l’obiettivo su un campione, una nicchia. Prendendola a esempio. Ed ergendola al rango di “modello”. Una piccola grande legione di adolescenti che è quella formata da quelle donnine che, per comodità, definiremo “ragazze Instagram”.

Niente a che vedere con ragazzine iperconnesse
o semplificazioni del genere, ma più nel dettaglio
quel genere di giovani forgiate nell’insicurezza
che vivono sulla base di codici e regole
che sono le stesse, vacue e meschine, disciplinate
da questo buffo strumento che è Instagram.
Di certo il più subdolo tra i social.

Un microcosmo (sebbene i miliardi di utenti raggiunti in tutto il mondo siano lì a smentirmi) dove ormai non ci si esprime che a emoticon, si sintetizza all’inverosimile, ci si ghettizza molto più che altrove nel web, e dove molto più che altrove nel web ci si lancia in tutta una serie di convenzioni più o meno spontanee, più o meno sincere, più o meno necessarie, ma che servono per crearsi attorno la propria coltre di adepte. O, peggio, per dimostrare al resto della tribù di essere degne di farne parte. Tutta roba che sta sedimentata nei due minuti abbondanti di Baby, l’ultimo lavoro firmato Dozin.

Qualcosa che è la promessa di un talento brillante, prima di essere una clip che il ragazzo si è prodotto e poi perfino diretto, dimostrando grande capacità anche dietro la macchina da presa. Due minuti che parlano di questa generazione di “ragazze Instagram” meglio di come farebbe un qualsiasi trattato sociologico. E questo solo perché ce le presenta nude, e, quindi, di fatto, per quelle che sono (o che giocano ad essere): belle, gentili e maledettamente maligne.