People of Nowhere: l’arte che cura il mondo alzando la soglia del dolore

Per quanto siamo portati a credere che abbia sfumature infinite, e infiniti modi di leggerla, questa faccenda dell’arte, e più in generale della bellezza, può essere invece condensata in appena due correnti. Gigantesche, d’accordo, ma due: l’arte di cui ci serviamo per colmare certi buchi neri dell’anima, e quella che invece i buchi neri te li semina dentro come fossero virus. Di quelli che se non ci fai i conti da subito, ti scatenano dentro piccole tempeste perfette che poi hai voglia a rimettere in ordine.

E se in entrambi i casi il fine unico di questa singolare rappresentazione del mondo resta un certo modo impreciso di prendersi cura dello spirito, avvicinando l’ingranaggio interno di ognuno a un’idea di esattezza che è quella per tutti, a differenza della prima, che agisce per contrasto, la seconda di queste due fattispecie si acquisisce per inoculazione del veleno stesso. E tra le due varianti, va da sé, è quella che fa più male.

Perché di solito è quella che serve a svegliare le coscienze. Generando al passaggio ferite che, a seconda del grado di sensibilità che ognuno si porta in dote, non sai né quando, né come – né se – avrai modo di rimarginare.

E’ di solito l’arte che mentre comunica, informa. Educa. Istruisce. In una parola: migliora.

Scrivo queste righe con nella testa e negli occhi ancora le immagini vive del micrometraggio (ché non saprei definirlo altrimenti) col quale Lior Sperandeo, giovane regista israeliano, si è preso la briga di raccontarci cosa voglia dire, per davvero, giocare a dadi con la morte. Cosa voglia dire, per un esule siriano, rischiare tutto in un colpo solo – tutto! pure la vita di tuo figlio – per una promessa di vita che non è la tua, ma che è l’unica possibile.

People of Nowhere, si chiama. E io non saprei davvero dire di più, e meglio, di quello che questi due minuti scarsi suggeriscono. So però che il concentrato di pura potenza narrativa di questo lavoro, e il modo in cui ci proietta su quelle strade liquide, in quei centri lerci, scaraventandoci persino addosso a quegli scogli, è esattamente ciò che fa la differenza tra l’arte che lenisce, e quella che cura. Fissando la soglia del dolore un gradino più in alto.