Il lusso “democratico” della Paris Fashion Week

Un tempo accadeva in aereo, di solito lungo il viaggio di ritorno. Oggi può succedere anche che arrivi su un marciapiede, di quelli strettissimi che si vedono da queste parti, camminando sulla strada che da uno showroom ti porta a prendere l’ennesima metro della giornata, prima di un altro appuntamento, di un’altra collezione, di un’altra idea d’estetica. O perfino mangiando un panino. Il bello di certi pensieri è che non li puoi mica ricacciare all’indietro. Loro arrivano, illuminano, e spesso lasciano passando il riflesso di un sacco di interessanti intuizioni.

Quella che ci è parso di distinguere stavolta, tra le tante, al termine di questa ennesima settimana della moda parigina, ha tutta l’aria di essere una conferma. La conferma del fatto che Parigi, prima di tutti gli altri, stia tracciando un percorso nuovo, inedito, inesplorato: quello verso una completa democratizzazione della moda. E’ come se Parigi, con il solito largo anticipo che le si riconosce, stia gradualmente accettando, non senza cercare di imporre lei tempi e modi, un certo ridimensionamento dello status del lusso.

Se dovessimo condensare tutto questo in uno slogan verrebbe spontaneo dire: “Lusso per tutti”, sapendo bene però che la definizione sarebbe troppo in bilico sull’equivoco. Democratizzare, per come mi pare d’aver capito, non significa infatti “banalizzazione”, scadimento, regressione insomma, né “democratizzazione a spese della qualità”, sia essa intesa in termini di materiali utilizzati, mano d’opera, o scelte etico-commerciali. (Che poi a pensarci bene sta tutta qui la differenza tra la democratizzazione vera che ci pare di scorgere stavolta e quella fittizia operata dai colossi del fast fashion)

La democratizzazione del lusso tracciata da Parigi ha infatti piuttosto a che fare con l’accettazione del cambio dei tempi. Vale a dire col riconoscere l’inesorabile fine di un’epoca che – per quanto feconda – ha dato tutto. E la conseguente alba di una nuova stagione, completamente diversa, e che riparte dal basso. Senza i guadagni di un tempo, se è questo che vi state chiedendo. Ma poi neanche tanto, se volete sapere quello che invece penso io. Perché abbassando le pretese, i grandi della moda amplieranno il proprio bacino d’utenza, quello che negli anni si è andato sempre più assottigliando, e potranno rosicchiare tutta la fascia di buyers che oggi si posiziona appunto tra la haute couture e il fast fashion.

Abbassare le pretese, insomma, per vestire tutti e meglio. Dove quel meglio sta per meglio di così. Ma anche meglio di come farebbero le stesse grandi catene della moda pronto-uso da poche decine di euro. O persino meglio di come avrebbero saputo fare le stesse maison del lusso se fossero rimaste piantate su posizioni che sembrano lontane anni luce dalla realtà.

Anticipo l’obiezione: e l’aspetto elitario che la moda e il lusso da sempre portano con sé? Quello resta, figurarsi. Ma ad avere accesso a quello stadio sarà una nicchia sempre più piccola, sempre più marginale, sempre meno accessibile. Insomma, sempre più élite.