Non c’è mica un’altra lezione, Valerio!

Il tuo 13 novembre è iniziato il 14, Valerio. All’alba. Nel letto di casa tua, là, a Parigi. Cominciato col rumore scomposto del cellulare che picchia forte sul parquet dopo esserti scivolato dalle gambe.

Ah, bene!, è il primo sbadiglio che ti è salito al cervello, vuol dire che hai dormito. Un accidenti, d’accordo, ma sarà che quella mattina ti è parso subito già tutto “troppo”. Troppo assurdo. Troppo feroce. Troppo presto.

Sei già in piedi che ti vesti mentre realizzi che il botto possa aver svegliato Romain, il tuo coinquilino (ricordi?), e poi Koichi, il tuo amico giapponese, che dorme di là, in sala, sul divano, dove l’hai lasciato una manciata di minuti prima delle quattro del mattino del tuo 14 novembre, Valerio. Dopo cioè che hai bollato come fuori questione la possibilità che uscisse di nuovo da casa tua una volta che eravate tutti al sicuro. Vi siete detti buonanotte con la faccia di chi riconosce le bugie ma sa anche quando è il momento per dirsele, e con negli occhi la paura che stavolta, a questo genere di piccole meschinità, ci avreste fatto presto l’abitudine. Ora, a distanza di dieci anni, posso finalmente dirti la verità: cazzate!, Valerio. A quelle meschinità non ci si fa mai l’abitudine. Mai.

Esci di stanza e trovi Koichi già sveglio. Ti guarda e non dice niente. Il cellulare tra le mani. In due ore e mezza di “buco” il bilancio è cresciuto in maniera impressionante: più 29 morti. Adesso quelli accertati sono 128, numero da guerra civile, su cui ciondola precaria un’altra cifra infame, quella dei 99 feriti gravi. Ti sorprendi poi di quanto sembri quasi non sfiorarti, nel pronunciarlo, un altro dato, il terzo tra i tanti di questa ecatombe: quello dei 156 feriti lievi. Un numero di cui ti è sembrato a volte poterne perfino fare a meno. Come se fossero niente quelli lì. Come se zero e centocinquantasei fossero la stessa cosa. Come se non facessero parte anche loro dell’abominio che ha piegato in due Parigi, ancora una volta, dopo meno di un anno. Perché ricordi Charlie Hebdo, no? Come se essere testimoni di quell’abiura divina, e aver sentito in gola il sapore della morte, e del sangue e della paura, non elevi pure loro, e a ragione, al rango di vittime. Vittime, Valerio. E basta.

Tu e Koichi buttate giù in un silenzio tragico e familiare il caffè che ti sei industriato a preparare, e decidete di uscire un istante dopo. No, l’incoscienza non c’entra, questo te lo ricorderai bene, voglio sperare, perché vorrebbe dire che l’hai salvaguardato un po’ di quello spirito. In ogni caso avevi capito che startene ancora in quelle mura, sia pure al sicuro, ti avrebbe fatto esplodere prima o poi qualcosa dentro. E definitivamente. Cambiando, forse per sempre, quello che Parigi era stato per te fino a quel momento. Ne parli a Koichi appena scesi dalla metro, a Point Marie, rompendo il silenzio che vi ha tenuto compagnia lungo i minuti del tragitto da casa a lì. Gli dici proprio così: devo capire che sarà della mia Parigi, d’ora in avanti, ancora una volta. E per farlo posso solo camminare, vedere, respirare, toccare, sentire, vivere dall’interno quello che è successo poco fa. No, e adesso forse già te lo ricordi meglio, l’incoscienza non c’entra. Aggiungi pure la metafora del corpo immobile nel letto. Gli dici che è disumano per un corpo immobile in un letto accettare la disciplinata follia di un cuore in aritmia. E che quando questo succede, gli dici, uno dei due, il corpo o il cuore, deve fare qualcosa. Muoversi il primo, o rallentare il secondo, perché il prima possibile torni dentro una specie di armonia.

Il tuo qualcosa, dici a Koichi camminando senza una direzione apparente, è venire qua, dove sei arrivato adesso, tra scarpe spaiate e mazzi di fiori, tra garze imbevute di sangue e troupe televisive, tra poliziotti, magistrati di turno e gente scampata a un censimento di morte.

Proprio come te, Valerio. Che oggi, dieci anni dopo, sei qui a rileggere della grande opportunità che ti è stata concessa in un giorno di ordinaria follia che ha segnato per sempre la Storia del mondo, di Parigi, e la tua personale.

E io già ti vedo a cercare

tra queste due righe senza senso

tracce che ti ricordino perché, malgrado tutto, hai sempre da parte una buona ragione

per essere grato alla vita.

Perché non c’è mica un’altra lezione nel tuo 13 novembre 2015, Valerio.

Ps: E di queste note ad alleggerirti i pensieri sulla strada verso casa, di queste, almeno, te ne ricordi?