Calligrafia: il viaggio all’origine dell’esperienza di Nicolas Ouchenir

Nelle settimane che precedono la settimana della moda di Parigi il telefono di Nicolas Ouchenir non smette un secondo di squillare. L’aria dell’elegante ufficio di rue Saint-Honoré è ferma, dura, da formicaio sulla difensiva. E mentre poco lontano squadre di collaboratori vanno e vengono da un angolo all’altro delle bianche stanze alte della maison che porta il suo nome, lui, da ore, se ne sta chino su un foglio ancora stranamente immacolato.

Scrive Nicolas Ouchenir, ed è uno dei più bravi a Parigi. La narrazione, però, non lo riguarda. Non racconta storie, non conduce inchieste, non redige interventi. Nicolas, semplicemente, scrive. Nel senso fisico e proprio del termine.

Calligrafo da oltre dodici anni, da solo questo giovane amanuense della parola soddisfa i bisogni di buona parte dell’industria del lusso parigina. Inviti a sfilate, eventi e vernissage, per lo più. Ma mica solo quelli. Ai tipi de L’Express che sono andati a trovarlo alla vigilia della penultima semaine de la mode, ha raccontato di aver scritto, in vita sua, di tutto: dagli epitaffi ai contratti sadomasochistici fissanti le regole tra partner. O quelle partecipazioni matrimoniali che un oligarca russo volle fossero incise col sangue.

Ecco, oligarca a parte, va da sé come un mestiere che rimette la bellezza del gesto al piano stesso del messaggio, meritasse da queste parti un leggero supplemento di riflessione. Il racconto stesso di questa professione ancestrale mi pare un esercizio di memoria bellissimo, come mettersi di sera a fantasticare sull’appartenenza a un’epoca che non ci ha mai avuti in consegna. E’ lasciarsi incantare dal pensiero sublime che un giovane, negli anni dell’automatizzazione dell’assoluto, trovi ancora degno di una qualche missione mettersi lì, chino per ore, davanti a un foglio immacolato poggiato su un sotto mano in pelle violentato da macchie d’inchiostro, per il solo gusto di andarsi a riprendere in qualche stadio dell’esperienza il riccio perfetto di una effe maiuscola. E naturalmente, corsiva.

Un percorso ossessivo e a ritroso che il regista Cédric Coldefy ha immaginato così.