Mutina: breve storia sulla “bellezza”

Tutto comincia da un’interruzione, sussurra la voce incandescente che apre e chiude il video che dà origine a questo post. Tutto comincia da un’interruzione, dice, e sottovoce rispondo “Vero”, se interrompo giustappunto quello che sto facendo per capire cos’ha di così magnetico quello che mi è appena capitato sotto gli occhi. E quello che vedo è un racconto. Particolare, d’accordo, ma niente di più che un racconto. Vale a dire la storia, o una sua parte molto suggestiva, di un’azienda italiana che produce ceramiche.

Posso perfino arrivare a immaginare l’obiezione: ceramiche e estetica, di preciso, che c’entrano? Chiaro che potete farvi una domanda del genere solo se non avete ancora mai sentito parlare di Mutina. Un’impresa che molti, al posto mio, non esiterebbero un attimo a definire “una eccellenza del nostro Paese”, dando così un’altra passata di lucido a un termine che per come la vedo io dovrebbe farsi un turno di maggese nella vasta coltivazione che è diventato il lessico italiano.

Intanto partiamo dal nome: Mutina. Ma che bello è il suono di ‘sto nome qui? E parlo di suono apposta, perché se parlassi di parola probabilmente non riuscirei a spiegare quello che vorrei. O ci riuscirei in parte, giacché ogni cosa riguardo Mutina mi pare infatti il risultato di una certa, dolce, musicalità applicata al design. Adattato a sua volta all’arredamento d’interni. Che si declina, pertanto, in estetica.

Perché a questo scopo è consacrato ogni ingranaggio nella grande – e bella – azienda di Modena. Un processo creativo che il regista Albert Moya ha raccontato benissimo in un cortometraggio per i dieci anni di attività che cadono nel 2016. Un team composto da designer pluripremiati e provenienti da ogni angolo del pianeta (dalla Spagna al Giappone, da Parigi a Tel Aviv, a Milano, a Londra) declina in materia l’idea di eleganza e tatto e delicatezza di cui si nutre la loro professione. Il risultato, capite bene, è un lavoro che con la ceramica sembra davvero non avere nulla a che vedere tanto pare astratto, leggero e intimo. Roba da non riuscire a staccargli gli occhi di dosso.

E allora, mi dico,
dev’essere questa roba qui, la bellezza.

 

(Ps: tutto potrebbe finire qui, ché quello che c’era da dire l’ho detto.
Ma non riuscivo a lasciarvi orfani – diciamo così – di Inga Sempé. Una designer parigina che da un paio d’anni è parte integrante del team Mutina.
Adesso tu dimmi come fai a non interrompere tutto, a mollare quello che stavi facendo, davanti a una così)