La speranza ha il gusto di pistacchio

Delil amava l’arte, e in particolare la scultura. Un giorno, forse, sarebbe pure diventato un critico. Abd, invece, lui aveva questa curiosa ossessione per i denti. Chissà, magari da bambino deve essergli capitato di svegliarsi all’improvviso, una mattina presto, nel letto dei nonni, e di scorgere dentro al bicchiere, proprio sotto la piccola lampada, quello che restava del sorriso della nonna. Per Sameer, invece, quella per la medicina era una passione generale. Sognava di essere medico, lui. Di curare la gente. Cosa lo spingesse è difficile dire. Come del resto difficile è spiegare quasi sempre l’origine di una passione in un adolescente. E comunque poco importa, adesso, cosa un tempo facesse tremare le vene ai polsi di questi ragazzi. Perché è finita che la vita ha scelto per loro. Facendogli piombare sulla testa, negli occhi e sul cuore, una guerra che non immaginavano, non volevano, e di cui Dio solo sa se un giorno riusciranno a vedere la fine. 

Oggi Delil Souleiman, Abd Doumany e Sameer Al-Doumy sono uomini che stanno dietro gli strumenti che raccontano al mondo la barbarie del conflitto in Siria. Fotografi, tutti e tre, nel loro paese, per Agence France Presse. Arrivati da orizzonti così differenti tra loro, con aspettative, sogni e storie agli antipodi, loro come altri colleghi sono i nostri testimoni e filtri di quello che accade in quella porzione di mondo. Uno scherzo di terra che per quanto continui ad apparirci distante, anche culturalmente, funziona invece esattamente come il nostro.

O almeno questo è quello che stanno cercato di dirci, tra le altre cose, fotografi come Delil, Abd e Sameer. Provando, ognuno a modo suo, di interrompere per un po’, per quanto possibile, il filo del racconto di sangue e disperazione, di sofferenza e di dolore, che parte ogni giorno da casa loro. Da settimane inviano all’Afp le immagini di una Siria che vuole vedersi diversa, malgrado tutto, e si sforza di essere normale. Sono le istantanee dei rari momenti di quiete rubati a una quotidianità sinistra. Foto di una vita che non siamo abituati a vedere, raccontata attraverso il filtro più semplice e potente: i bambini.

Scintille di speranza” le hanno chiamate i tipi dell’Afp che questi scatti li stanno raccogliendo e pubblicando, anche, da tempo. Scintille di speranza. Perché se guardi quegli occhi le vedi per davvero le scintille. D’accordo non sai quanto dureranno, e cosa produrrà quel bagliore. Se produrrà effettivamente qualcosa. Ma almeno sai che ci sono. E a volte basta anche solo questo, la promessa di una scintilla, perché si inneschi dentro i più sensibili di noi un processo di combustione di coscienza. Qualunque cosa questo voglia dire e in qualunque destinazione questo conduca.

Perché anche nell’angolo più remoto del mondo, trafitto e ferito a morte, due bambine che mangiano
il gelato saranno sempre il manifesto
di una generazione che chiede solo di essere felice.

Che chiede solo di essere lasciata crescere in pace. Per diventare, magari, un giorno, la generazione dei medici, dei dentisti, o dei critici d’arte.