Gente che racconta di gente

Fossi stato a Milano, e non a Parigi, dove invece ero, venerdì 6 maggio, probabilmente, sarei andato alla Galleria Antonia Jannone. Dove Livia Manera Sambuy, giornalista di letteratura anglo-americana per il Corriere della Sera, ha presentato Non scrivere di me, una raccolta dei suoi incontri, e delle chiacchierate che ne sono seguite, con alcuni tra i più importanti scrittori nord americani. Il suo ultimo libro.

Ci sarei andato, credo, senza esitazioni. E questo per via di una (insana?) passione che mi porto appresso da tempo: i racconti sulle persone. In particolare, i racconti sugli incontri con le persone.

Per essere ancora più chiari, quello che mi piace, ma al punto da eccitarmi proprio, è quando qualcuno che ci sa fare col raccontare le cose (ecco, diciamo che sul punto sono piuttosto esigente), si mette lì, davanti a me, e si immerge totalmente nella descrizione del momento in cui ha incontrato una tal persona. I dettagli, le minuzie, i tic, se quel giorno tirava vento, se il tipo aveva parcheggiato male, se gli bruciava lo stomaco, se un piccione non voleva saperne di lasciarli in pace; e poi certo pure gli argomenti e le impressioni che si sono scambiati, il tono in cui l’hanno fatto. Insomma, tutto. Va da se che, perché l’eccitazione di cui sopra si metta in circolo, deve trattarsi di una qualche persona minimamente interessante. Meglio se parliamo di una mente brillante. Meglio del meglio se questi non abbia la minima percezione della propria brillantezza.

Pazzia? Può darsi. Ma la confesso tuttavia con una certa leggerezza perché esco da alcuni giorni di lavoro molto interessanti. Nei quali ho avuto il privilegio di accedere al ritratto intimo e suggestivo di uno dei più grandi letterati del ‘900: Giorgio Bassani.

Un lavoro piacevole al punto che poi, per dire di come mi sono sentito dopo, mi sarei preso un po’ di tempo per me, senza fare altro, ma proprio niente, se solo avessi potuto (non potevo). Così, giusto per rimanere invischiato quanto più possibile in quell’atmosfera magica. In quell’affresco struggente, esclusivo sebbene parziale di una mente illuminata e colta e potentissima quale certamente era quella dell’autore, tra gli altri, del Giardino dei Finzi-Contini. Risultato? Un’intervista che forse leggerete a breve e tanta voglia di sentire ancora racconti di questo tipo.

Dice: e il libro della Manera, di preciso, che c’entra? Non lo so, onestamente. Intanto, mi piaceva il titolo. E questo per via del fatto che rimanda proprio a questo genere di mondo appena descritto: un ecosistema fatto di aneddoti, precarietà, sfumature e minuzie del tutto superflue, ma di cui non riesco a smettere di subire la fascinazione. Che poi è la ragione, per la quale, oramai, sulla stampa italiana mi sono ridotto a leggere quasi soltanto le interviste. Alla disperata ricerca di quel plancton di cui si nutre la balena della mia immaginazione. Ma poi anche perché, tra i tanti, la Manera ha incontrato pure uno che risponde al nome di David Foster Wallace. E perché il capitolo che lo riguarda si apre così.

Ho incontrato scrittori in tanti posti: luoghi accoglienti come casa loro o casa mia, freddi come gli uffici dei loro agenti, banali come caffè e ristoranti, e bizzarri come – per un’intervista a un autore indiano particolarmente impegnato – un treno che lo stava portando da Salisburgo a Monaco. Ma nessuno mi aveva mai chiesto di trovarci in un McDonald’s. E non un fast food qualunque in una città qualunque: un desolatissimo McDonald’s nella stazione di servizio di un’autostrada, due ore a sud-ovest di Chicago. Ci voleva uno scrittore torturato come David Foster Wallace per scegliere un luogo tanto ostile. Credo che fosse il suo modo di dirmi: va bene, visto che insiste tanto accetto di incontrarla, ma guardi che lo faccio a malincuore, e non si aspetti niente di piacevole, dovrà accontentarsi di un cartoccio di patatine unte e di una generosa boccata di gas di scarico”.

Come fai a non andarci matto per una roba così?