La bellezza di “Trentasei Ore”

L’impressione, una volta arrivati ai titoli di coda, è che alla fine dalla storia ognuno possa trarne un po’ la conclusione che gli pare. “Thirty-Six Hours” non è, infatti, quel genere di cortometraggio che si presta a una sola, sfacciata, interpretazione plausibile.

Non dovevano volere questo, dopotutto, i registi Kristell Chenut e Vincent Lacrocq nell’immaginare una sceneggiatura che semina domande praticamente a ogni cambio sequenza. Come non devono essersi posti troppo nemmeno il problema circa “il messaggio” che questo cortometraggio dovesse lasciare appiccicato addosso in chi se lo sarebbe guardato. Era la bellezza che volevano rappresentare loro, e su quell’idea lì si rimettono al giudizio del pubblico.

Va a finire però che quello che si sono ritrovati tra le mani è un prodotto sostanzialmente indefinibile, a metà strada tra il noir e il film di moda nella sua accezione più pura. Una specie di psicodramma della bellezza, ecco forse cos’è “Thirty-Six Hours“. Un thriller del lusso in cui i due protagonisti, i modelli Jon Kortajarena e Clément Chabernaud – il meglio, almeno in termini estetici, che si poteva trovare in circolazione -, giocano senza mai eccellere sul filo del non detto e un po’ pure del non senso.

Intorno a loro, lo spettacolo impareggiabile di Lanzarote, nell’arcipelago delle Canarie, fa da sfondo a un racconto tutto sommato semplice, in cui l’enigma finisce per foderare pure la riuscitissima idea d’estetica (la villa con piscina aiuta parecchio, certo) di una pellicola che in fondo somiglia molto a un servizio fotografico lungo nove, piacevoli, minuti.

Questi.