La lezione discreta dei gesti che si ripetono

C’è una bellezza che si nasconde dietro la paziente metodicità di gesti che si ripetono. Da anni. Da secoli. E c’è stato perfino un tempo in cui eravamo disposti a riconoscere in quella che oggi consideriamo come il male assoluto, ovvero la noia di percorsi – finanche mentali – che sono sempre gli stessi, l’humus indispensabile e la base di partenza per una certa idea di estetica. Qualunque forma avesse poi assunto. Come se la ciclicità immutabile delle cose che si perpetuano nel tempo, fosse il denominatore comune alla radice di ogni processo creativo.

Una roba che oggi sarebbe difficile da accettare se ce la raccontassero e basta, se non ci fosse già arrivata una sua qualche testimonianza diretta, se non sapessimo in fondo che qualcuno, da qualche parte della Storia e del mondo, si è da un pezzo preso la briga di farci toccare con mano tutto questo.

Una piccola élite di testimoni della Storia, a cui va di recente aggiunto il nome di Erik Shirai, regista, fotografo e artista di stanza a New York che nel 2012, cioè l’altro ieri, si è messo in testa di voler documentare uno di questi ultimi templari dell’idea di bellezza che risiede nella regolarità del tempo che scorre imperturbabile. “The Birth of Saké” è il risultato di un racconto in immagini appassionato e sincero, garbato e fedele, di come l’arte possa essere uno dei processi più lenti e ripetitivi e delicati che siano mai stati sperimentati. E poco importa che si tratti di marmo, di olio su tela, di ingegneria, informatica o, semplicemente, di saké.

The Birth of Saké” è il risultato di un racconto
in immagini appassionato e sincero, garbato e fedele,
di come l’arte possa essere uno dei processi più lenti
e ripetitivi e delicati che siano mai stati
sperimentati dall’uomo

Sono infatti duemila anni che in Giappone si produce questo infuso alcolico ricavato dalla lavorazione del riso, e quasi centocinquanta che, sempre allo stesso modo, lo si fa nella piccola fabbrica di birra di Yoshida, nel nord del Giappone. Per sei mesi, i più freddi dell’anno, un piccolo nucleo familiare ripete da generazioni, giorno dopo giorno, lo stesso affascinante rito. Gli stessi identici gesti. Per produrre la stessa romantica idea di perfezione. Ogni giorno. Per sei mesi. Da quasi centocinquanta anni.

Custodi di una tradizione che non è ancora stata infettata del tutto dall’automatizzazione dei processi di produzione di massa, il veterano mastro birrario Yamamoto, erede di sesta generazione dell’antica birreria di Yoshida, e il suo strettissimo nucleo familiare, sono dunque i protagonisti di questo delicato documentario. E’ un lavoro, quello di Erik Shirai, che incanta due volte: la prima per come assorbe -esaltandola – la lentezza del gesto di questi artigiani di saké; e la seconda per la leggerezza con cui impartisce la più grande lezione forse riconoscibile sullo sfondo di questo racconto.

Qualcosa che ha a che fare con la dimensione impercettibile ma essenziale di un’azione, non importa quale, costante nel tempo. Materia non sempre tangibile, appunto, ma concreta, indispensabile, e viva. Un concentrato di sapienza che qualcuno chiamerebbe arte. Altri solo bellezza. Altri ancora, estetica. Ma che in ogni caso, cura con discrezione e con discrezione insegna. Come solo il gesto, ripetuto in eterno, riesce quasi sempre a fare.