Notes on Blindness: la discreta percezione del mondo negli occhi di chi non lo vede

I migliori libri che mi sono capitati tra le mani hanno quasi tutti un tratto in comune: le cose del mondo me le hanno raccontate passandogli accanto. Costeggiandole. Sono quelli, per dire, che mi hanno introdotto a un tramonto insegnandomi il modo in cui mettermi seduto. A riconoscere l’importanza della luce lasciando che prima accedessi al valore dell’attesa. I libri per i quali un sentimento ha il rumore della legna che arde in un camino che qualcuno si è preso la briga di accendere un attimo prima del nostro risveglio.

Posto che la faccenda possa anche piacere, va detto che a crescere con questo genere di precetti si finisce poi quasi inevitabilmente per non volerne più sapere delle cose chiamate col loro nome. Né di quanto si veda incredibilmente meglio alla luce schietta del come lo vedono tutti che non nella penombra del come ti piace immaginarlo. Perché se macini anni inseguendo questo modo di venire su, poi, dopo, non c’è mica verso di smettere. Ti abitui. Come col dentifricio, che cambi e già un po’ ti dispiace.

Tutto questo per dire che anche il modo di raccontare le cose, almeno quello su cui ci piace attardarci da queste parti, non deve per forza contenere la verità così come proiettata agli occhi del mondo. Ci basta una fessura, un’angolazione, un varco per accedere a quel sapere, ché poi il resto ce lo mettiamo noi. Sennò che ce l’hanno data a fare tutta questa immaginazione.

La verità di stavolta è una condizione cui miliardi di esseri umani nel mondo sono costretti a fare i conti. Tutti i giorni. Ma che pochi tra loro hanno potuto o saputo davvero raccontare. Perché la verità di stavolta ha a che fare con l’essere ciechi. Qualcosa che per quel che ne sappiamo non ha niente a che vedere col non conoscere il mondo. Ma proprio niente.

Il breve e intenso documentario “Notes on Blindness” di Peter Middleton e James Spinney ha proprio questo genere di merito: racchiudere il concetto di verità appena percepita e di farlo in maniera sublime. Con una delicatezza e un garbo, cioè, che mettono i brividi. Parla della storia dello scrittore e teologo John Hull, che nel 1983, una manciata di settimane prima che venisse al mondo suo figlio, rimase completamente cieco. E nei tre anni che seguirono questa perdita, decise di raccogliere ogni impressione, sentimento, brivido o sensazione che questa nuova esperienza gli stava portando più o meno tragicamente in dote, semplicemente, raccontando.

Otto nastri, che racchiudono trentasei mesi di mondo appena sfiorato, lambito tramite l’odore degli altri, i timbri delle voci familiari e sconosciute, la verità parziale del tatto sulle cose. Un universo appena costeggiato, appunto, e condensato in dodici minuti di umana fragilità e bellezza sbalorditiva.